Inibitori di pompa: effetti negativi sulla nostra salute

Nell’anno 1972 il biochimico britannico James W Black dei laboratori biologici della Smith Kline & French, cercando di mettere a punto un farmaco antiulcera, caratterizza un nuovo gruppo di recettori per l’istamina nelle cellule dei tessuti dello stomaco. Questi recettori, chiamati H2, a differenza di quelli di tipo H1, presenti sulle cellule dei tessuti delle vie respiratorie, non sono bloccati da composti antistaminici ed è per questo che Black non osservava alcun effetto degli antistaminici sulla secrezione degli acidi gastrici. Nel 1976 la cimetidina, frutto delle sue ricerche, fu immessa in commercio per la prima volta in Gran Bretagna con il nome registrato di Tagamet, e si può, senz’altro affermare, che l’uso del farmaco cambiò la vita dei pazienti affetti da patologia gastrica.
La risposta terapeutica era significativa e la richiesta del farmaco così alta, che in generò la nascita di un mercato nero del farmaco, nel quale si smerciavano farmaci contraffatti.

Dall’anno della commercializzazione del farmaco si assistette ad una progressiva riduzione del numero di ricoveri per emorragia gastrica e a una progressiva riduzione del numero di interventi per patologia ulcerosa.

I risultati straordinari indotti dalla sinterizzazione della cimetidina hanno indotto l’industria farmaceutica a proseguire nella ricerca e quindi sono stati sintetizzati, nel tempo, numerosi altri farmaci per il trattamento dell’ulcera gastrica:

  • analoghi delle prostaglandine,
  • antiacidi
  • citoprotettori
  • inibitori della pompa protonica
  • bloccanti recettori muscarinici M1
  • antagonisti recettori CCKA/B

Dai dati dell’Aigo, elaborati con la società italiana di farmacologia e la federazione italiana medici di medicina generale e sulla base di statistiche della agenzia italiana del farmaco si osserva che in Italia oltre 1.289.000 persone, pari al 46,5% dei pazienti, utilizzano in maniera inappropriata il farmaco. È emerso che nella metà dei casi sono impiegati fuori indicazione e questo con possibili effetti dannosi a lungo termine.

Rischi dell’uso improprio dei protettori gastrici

Assumere a lungo e magari ad elevati dosaggi non comporta solo uno spreco di risorse ma anche concreti pericoli per la salute che gli AA. Di una review appena pubblicata da CMAJ inquadrano in tre categorie:

  • interazioni farmacologiche
  • complicanze non infettive
  • complicanze infettive

C’è poi uno studio di Pauline Anderson, Proton PumpInibitorsLinked to DementiaMedscapeMedical News Feb.15,2016 secondo cui gli inibitori di pompa potrebbero attraversare la barriera emato-encefalica e interagire con gli enzimi cerebrali, aumentando i livelli di beta-amiloide ( proteina considerata la causa principale dell’Alzheimer) come dimostrato nei topi.

E ancora Gomm W, von Holt K, Thomè F, Broich K, Maier W, FinkA,DoblhammerG,Haenisch B, Association of Proton PumpInhibitors With Risk of Dementia: A PharmacoepidemiologicalClaimsData Analysis. JAMA Neurol.2016 Feb 15.

In più i ricercatori dell’Università di Bonn e di Rostock hanno condotto un’analisi osservazionale retrospettiva, relativa agli anni compresi tra il 2004 e il 2011, su circa 75.000 persone, attraverso gli attentissimi documenti clinici, costantemente aggiornati su base trimestrale, dal maggior istituto assicurativo tedesco ( AOK ).

L’analisi delle condizioni cliniche e la verifica di tutti i farmaci prescritti e utilizzati hanno confermato che l’assunzione degli inibitori di pompa ha aumentato il rischio di ammalarsi di demenza senile di circa una volta e mezzo rispetto ai controlli.

Inibitori di pompa: studi farmacologici

Altri studi, invece, hanno associato l’assunzione, su circa e degli inibitori con una carenza di B12, che è causa del declino cognitivo.

In un altro studio presentato al New Orleans al congresso dell’American HeartAssociation si associa il consumo di inibitori di pompa protonica ad un aumentato rischio di ictus ischemico.

L’allarme arriva dalla Danimarca dove Thomas Sehested ricercatore presso la DanishHeartFundation di Copenaghen i suoi colleghi hanno analizzato i dati relativi a244.679 pazienti danesi dieta media di 57 anni che erano stati sottoposti ad una gastroscopia. Nell’arco di sei anni di follow-up,9.489 di questi pazienti hanno presentato un ictus ischemico, per la prima volta nella loro vita.

I ricercatori danesi sono andati a controllare se e quanti di loro fossero in trattamento con inibitori di pompa protonica ed eventualmente con quale tra i 4 più utilizzati: omeprazolo, pantoprazolo, lansoprazolo e esomeprazolo.

La ricerca ha dimostrato che complessivamente, tra le persone in trattamento con un inibitore di pompa il rischio di ictus ischemico risultava maggiorato del 21% anche se, il trattamento con bassi dosaggi non sembra produrre un aumento significativo del rischio.

Nessun aumento di rischio è stato rilevato invece nei soggetti in trattamento con gli antagonisti dei recettori H2 ( ranitidina, famotidina ). Da questo studio emerge un messaggio molto chiaro da parte degli autori: bisogna essere più cauti nell’uso dei gli inibitori di pompa, soprattutto nell’utilizzo prolungato, ad alte dosi e in particolare negli anziani.

Alcuni ricercatori statunitensi, invece, dell’Università di Stanford e dello Houston MethodistResearchInstitute hanno indagato la possibile associazione tra eventi cardiaci acuti, tra cui l’infarto del miocardio e la   assunzione di inibitori di pompa protonica, largamente impiegati per il trattamento a lungo termine della malattia da reflusso gastroesofageo. Utilizzando la tecnica del data-mining gli autori dello studio che si è stato pubblicato nel giugno scorso, hanno analizzato 16 milioni di informazioni cliniche, relative a 2,9 di pazienti , estratte da diversi database, coprendo un arco temporale complessivo di quasi vent’anni. I risultati della ricerca hanno evidenziato un aumento del 16% di eventi cardiaci avversi collegati all’impiego degli inibitori di pompa, associazione che non si evidenzia invece con l’utilizzo degli anti-H2. I ricercatori quindi evidenziano come gli inibitori influenzino negativamente la funzione vascolare ribadendo l’associazione tra esposizione agli inibitori e il rischio di infarto miocardico nella popolazione generale.

Un problema non da poco naturalmente e che non va sottovalutato è quello che gli inibitori di pompa in molti paesi sono disponibili come OTC e questo spesso consente che il paziente ne faccia un uso smodato.

 

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Cos’è la curcuma e  a cosa serve?

di Sara Barone

 

Quando parliamo di curcuma in genere ci riferiamo alla Curcuma longa, una pianta appartenente alla famiglia delle Zingiberaceae ed è conosciuta ai più nella sua forma in polvere, utilizzata principalmente come spezia: è ad esempio un ingrediente fortemente diffuso in Asia, e costituisce uno degli ingredienti cardine del curry, che prende proprio da questa radice il suo tipico colore giallo intenso.  Il nome, curcuma, deriva dall’arabo كركم, kurkum e dal sanscrito kurkuma. E’ una pianta spontanea presente nei territori dai climi tropicali e piovisi, come la Malesia e l’India, che è tra l’altro il primo produttore mondiale di tale spezia.

Come utilizziamo la curcuma?

spice-709953__340Il primario uso della curcuma è  quello gastronomico, ma sin dall’antichità è soventemente adoperato nella medicina ayurvedica. Ma questa radice dalle fantastiche proprietà occupa un ruolo di spicco anche dal punto di vista folkloristico: portata al collo dalle future spose il giorno delle  promesse di matrimonio in alcune aree dell’India, per il suo caratteristico colore veniva e viene tutt’ora, utilizzata come colorante, non solo per gli alimenti come poi vedremo, ma anche per i tessuti.
E’ approvata dalla FDA come integratore alimentare, la curcumina estratta dalla radice della curcuma è utilizzata come colorante alimentare, classificato come E100 dall’Unione Europea e dalla Svizzera, mentre negli USA  e in Canada ne è vietato l’utilizzo come additivo.

Proprietà e valori nutrizionali della curcuma

Sin dall’antichità la curcuma è nota per le sue proprietà antisettiche, tanto da essere parte integrante della medicina e fitoterapia di molti paesi del sud-est asiatico, utilizzata per trattare fra i più comuni  disturbi come quelli dell’alimentazione, disturbi epatici, mestruali e tanti altri. Ma nel corso del secolo scorso sono stati effettuati numerosi studi che hanno finalmente precisato le proprietà farmacologiche del rizoma della Curcuma. La maggior parte delle proprietà di tale radice sono da attribuire alla curcumina, è stata osservata l’azione antibatterica e antivirale della sostanza. Nell’uso corrente viene spesso prescritto per le proprietà colaretiche e colagoghe come protezione per il fegato, in grado di aiutare lo smaltimento del colesterolo e migliorare e velocizzare i processi metabolici.
Alla curcuma sono attribuibili anche proprietà antiossidanti, cardioprotettive, antinfiammatorie e chemopreventive. La curcumina dovrebbe inoltre migliorare la resistenza all’insulina, fenomeno spesso legato a molte malattie e sindrome (diabete, malattie cardiovascolari), in sostanza la curcumina migliorerebbe la sensibilità delle cellule sprovviste di questo ormone attivandone il recettore dell’insulina.
Essendo inoltre un potente antiossidante naturale, è in grado di contrastare i radicali liberi proteggendo le cellule dallo stress ossidativo, rendendola potenzialmente utile nel trattamento di malattie e morbi come l’Alzheimer o l’AIDS.

La curcuma fa dimagrire?

Sì, in quanto la curcumina interagisce direttamente con il tessuto adiposo, bruciandolo e favorendo la perdita di peso e di grasso addominale, accelerando il nostro metabolismo e favorendo la digestione, ma è sempre bene associarla ad un’alimentazione sana. L’inserimento di questa spezia nella nostra dieta è importante, soprattutto se accompagnata ad altre spezie come il pepe bianco o quello nero, che ne aumentano l’efficacia o anche a grassi sani, come l’olio di cocco o all’extravergine d’oliva. Si può utilizzare sia nella preparazione di vere e proprie pietanze, dando ai nostri piatti un tocco mediorientale e leggermente piccante, oppure si può assumere sottoforma di infuso o tisana.   Le quantità consigliate per l’assunzione variano dalla modalità stessa della somministrazione: non più di 1,5-3 gr al giorno se presa in polvere o essiccata e dai 2 ai 3 gr se assunta come radice fresca.

Ci sono controindicazioni?

Test su animali e persone hanno dimostrato che la curcumina non è in genere non ha avuto effetti negativi l’Agenzia europea per i medicinali conclude che la curcumina non appare essere mutagenica o tossica per la riproduzione, in seguito ad innumerevoli test sui ratti.
La dose giornaliera consigliata è compresa fra i 400 e gli 800 mg, e gli effetti indesiderati riguardano soprattutto la comparsa di disturbi gastrointestinali.  In caso di assunzione di anticoagulanti è bene prestare grande attenzione, poiché si potrebbe verificare un aumento di rischi emorragico. Ne è sconsigliata l’assunzione per i soggetti affetti da calcoli alla colecisti o da ostruzioni delle vie biliari.

 

 

 

Melanoma: si può bloccare col Propanololo?

di Carmen Simeoli

Cos’è il melanoma?

Il melanoma è un tumore maligno che origina dai melanociti, specifiche cellule presenti nella pelle. Questo può svilupparsi attraverso diversi stadi di progressione, originandosi ex novo su cute sana oppure essere la conversione di un nevo melanocitico già presente. I fattori di rischio possono essere fattori genetici (persone in famiglia con melanoma cutaneo) oppure fattori ambientali (esposizione a raggi UV).
Nonostante sia uno dei tumori della pelle meno frequente,risulta comunque essere il più aggressivo di tutti, soprattutto se non diagnosticato nelle fasi iniziali.

Quanto è alto il rischio di melanoma?

Negli ultimi 20 anni l’incidenza del melanoma è aumentata più velocemente rispetto alle altre neoplasie maligne. In dieci anni in Italia sono quasi raddoppiati i nuovi casi di melanoma: nel 2006 erano poco più di 7.000, 13.800 nel 2016. Il rischio di sviluppare un melanoma cutaneo è elevato sia negli uomini che nelle donne. Negli uomini il rischio è più basso nei giovani mentre nelle donne è uguale in tutte le fasce d’età.

Come curare il melanoma

Oggi sono possibili diverse soluzioni di trattamento per il melanoma cutaneo; in genere si ricorre per prima cosa alla chirurgia, che spesso riesce a curare definitivamente la malattia nello stadio iniziale. Per trattare il melanoma viene utilizzata, in genere, anche la radioterapia per eliminare le cellule tumorali non rimosse con la chirurgia.
Uno studio italiano pubblicato da JamaOncology ha scoperto un utilizzo alternativo del propanololo, ossia un farmaco appartenente alla famiglia dei beta-bloccanti, il cui uso è indicato in generale nel controllo dell’ipertensione arteriosa. Si è riscontrato che utilizzando questo farmaco su diversi pazienti, a cui era stato diagnosticato il tumore, la progressione del melanoma si è ridotta dell’80% senza effetti collaterali. Due sono le ipotesi, come spiega Vincenzo De Giorgi del Dipartimento di scienze dermatologiche Università degli studi di Firenze, che sono alla base di questi importanti risultati:”una è legata allo stress a cui sono sottoposti i pazienti, che provoca il rilascio di adrenalina che favorisce la comparsa dei tumori, e i cui recettori sono bloccati dal propanololo. Inoltre questa classe di farmaci va ad impedire la vascolarizzazione del tumore, una condizione necessaria per la crescita. Il risultato è che il tumore diventa una malattia cronica, per cui si e’ necessario utilizzare il betabloccante per un lungo periodo ma senza gli effetti negativi dei farmaci biologici”.

 

Carne rossa: quanto fa male?

Il dibattito sulla pericolosità della carne rossa per la nostra salute è iniziato molto tempo fa e non è ancora finito. La carne rossa, insieme a tanti altri alimenti contro i quali si punta il dito, contribuirebbe alla formazione di cellule tumorali. Dal punto di vista vegetariano o vegano poi, oltre che un problema di salute, mangiare carne costituirebbe anche un sacrilegio nei confronti degli animali.

Dobbiamo rinunciare alla carne?

Partiamo dal fatto che le proteine animali sono formate dagli amminoacidi, le stesse molecole chimiche di quelle vegetali. La loro pericolosità per la nostra salute si innesca nel momento in cui consumiamo carne in maniera eccessiva e soprattutto se le carni sono conservate, cotte e trattate in modi particolari, e cioè dannosi, modificando le molecole presenti.

La carne oltre alle proteine contiene anche grassi saturi e ferro del gruppo eme che, in dosi eccessive, stimolano la formazione del colesterolo, l’infiammazione del tratto intestinale e l’aumentare dell’insulina portando, quindi, alla probabile formazione del tumore al colon- retto.

Questo ci fa capire che un consumo moderato di carne rossa non assicura il rischio di ammalarsi di tumore, ma molto probabilmente induce allo sviluppo di malattie cardiovascolari, obesità e di diabete.

Le persone maggiormente a rischio sono ovviamente quelle che possono sviluppare queste patologie per familiarità e che quindi, più di altre devono tenere sotto controllo l’alimentazione affidandosi ai consigli e alle cure di uno specialista.

Cosa c’è nelle carni rosse?

Le proteine che compongono le carni rosse sono l’emoglobina e la mioglobina, entrambe danno il colore rosso alla carne e contengono una molecola del gruppo eme che contiene un atomo di ferro. Le proteine del gruppo eme catturano ossigeno, necessario per la produzione di energia e per questo motivo vengono immagazzinate nei muscoli.

Il punto è che, secondo alcuni studi, la presenza nell’intestino delle proteine del gruppo eme, stimola la produzione di sostanze cancerogene e provoca l’infiammazione delle pareti intestinali.

Quindi se  l’ingestione di carne è continua e massiccia, l’infiammazione persiste e ciò comporta la possibile formazione di un tumore al colon- retto.

Anche la lavorazione della carne può essere un problema, poiché l’affumicatura, la salatura e l’aggiunta di additivi come nitriti e nitrati, possono compromettere la salubrità della carne alterandone le proprietà.

Inoltre, cuocere la carne alla brace rendendola  “abbrustolita” è un errore poiché, in questo modo , si formano le ammine eterocicliche che sono potenzialmente cancerogene.

Qual è la soluzione?

La buona notizia per chi non vuole rinunciare alla carne rossa è che secondo il World Cancer Research Fund, possiamo mangiare non più di 300 grammi di carne a settimana ma è fondamentale consumare anche almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno.

Per concludere, ricordiamoci che le proteine possiamo tranquillamente trovarle anche negli alimenti vegetali.

 

Vaccini: perchè non farli?

Per l’Organizzazione Mondiale della Sanità sono almeno 3 milioni le morti che grazie alle vaccinazioni vengono evitate annualmente. Malattie come il morbillo, la rosolia o anche la diarrea da rotavirus, la difterite, ecc  non sono temibili proprio grazie ai vaccini, ma allo stesso tempo, l’OMS ci informa sul fatto che ci sono ancora 22 milioni di neonati a cui i vaccini non vengono somministrati.

Forse questo dipende da un problema di comunicazione, di disinformazione relativa ai rischi che l’astenersi dai vaccini di routine  può comportare.

Molti genitori, più che le patologie, temono le reazioni alle vaccinazioni che potrebbero avere i loro figli ed è per questo che è importante una maggiore e più attenta informazione relativa ai vaccini.

E’ pericoloso vaccinarsi?

In merito a ciò, il dottore Franco Berrino ha affermato:

Andando a fare le vaccinazioni, noi andiamo a lavorare in un organismo che sta lavorando tanto per costruire il suo sistema immunitario. Allora dobbiamo chiederci se effettivamente, se è una cosa veramente utile vaccinare i bambini cosi presto.

Non ci sono degli studi che hanno dimostrato che è meglio vaccinare un bambino appena nato piuttosto che a 6 mesi, piuttosto che a 1 anno; sarebbe importante fare questi studi.

Il grande problema che c’è stato adesso, la questione della polemica dei vaccini, non se ne può più di questa storia… io sono favorevole ai vaccini, mica contrario!

Il dramma dei vaccini è che noi non sappiamo quali sono gli effetti collaterali, i danni causati dai vaccini.

C’è stato un documento uscito pochi mesi fa dall’AIFA, Agenzia Italiana del Farmaco, che ha un documento sugli effetti collaterali dei vaccini; sono 170 pagine vergognose. Nessuno studio valido. Sono soltanto una raccolta delle denunce che fanno i medici che sospettano che il bambino ha avuto una reazione avversa.

Sappiamo che i vaccini possono avere degli effetti collaterali importanti, sono rari fortunatamente ma ci sono.

Dobbiamo sapere perché in un bambino c’è un effetto collaterale e in un altro no. Dobbiamo sapere le differenze che ci sono in questi due bambini e allora bisogna fare degli studi e quello che manca sono questi studi.

E io dico, dal mio punto di vista personale, proprio, la vergogna di questa attitudine delle nostre autorità sanitarie è che se obblighi di fare qualche cosa devi sapere gli effetti che fa questa cosa.

Devi misurare, devi fare degli studi, devi fare degli studi per sapere che differenza c’è tra i bambini che si ammalano e quelli che non si ammalano.

Per sapere come aiutare, per fare in modo che i bambini non si ammalino con gli effetti collaterali dei vaccini, saranno rari finché vuoi… ci sono.

E allora dobbiamo studiare.”